La Libera Associazione Cittadini Acresi accoglie con grande soddisfazione la notizia dell’ammissibilità in Consiglio regionale della proposta di legge di iniziativa popolare per la riqualificazione degli ospedali di area montana di Acri, San Giovanni in Fiore, Serra San Bruno e Soveria Mannelli. L’ammissione del testo, che segue il deposito di oltre 11.200 firme valide raccolte dal comitato “La Cura” in pochi mesi, rappresenta un atto dovuto verso le oltre 100mila persone che vivono nelle aree interne della Calabria. Per la LACA, che da anni si batte per la difesa del nosocomio acrese, questo traguardo è il frutto di una mobilitazione civica senza precedenti e la prova che le comunità montane non sono più disposte a subire passivamente lo smantellamento dei servizi essenziali. Per anni abbiamo denunciato il degrado, la mancanza di personale e la progressiva desertificazione sanitaria del nostro ospedale, ricevendo spesso risposte offensive e tentativi di delegittimazione da parte di chi avrebbe dovuto invece garantire il decoro e la sicurezza dei cittadini e degli operatori. Oggi, la voce di quasi migliaia di cittadini è entrata nell’aula di Palazzo Campanella, portando un progetto concreto che supera le chiacchiere e le logiche di parte. Questa proposta, che prevede la creazione di un’Azienda Ospedaliera unica per i presidi montani e l’attivazione di reparti fondamentali come Chirurgia, Cardiologia interventistica e Terapia Intensiva, è l’unica strada per garantire il diritto alla salute sancito dalla Costituzione. La LACA, che ha sostenuto fin da subito il progetto “La Cura” e ha contribuito alla mobilitazione territoriale, sottolinea come l’ammissione della proposta ponga fine a decenni di politiche sanitarie basate esclusivamente su criteri econometrici, che hanno di fatto condannato le aree montane a un’emorragia di servizi e all’isolamento. La battaglia per la “cura sul posto” è una battaglia di civiltà e di giustizia territoriale. La LACA non ha mai cercato visibilità, ma ha sempre agito per tutelare i diritti dei cittadini acresi. Ora che il Consiglio regionale è chiamato a discutere la nostra proposta, vigileremo affinché l’iter non subisca rallentamenti e che la volontà popolare non venga calpestata da inerzie burocratiche o veti incrociati. La LACA rinnova la propria disponibilità al confronto con tutte le forze politiche e le istituzioni, nella consapevolezza che solo l’unione dei territori e degli esponenti politici che li rappresentano potrà restituire dignità e futuro alle aree interne della Calabria.
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La Libera Associazione Cittadini Acresi (LACA) esprime grande soddisfazione per il traguardo raggiunto dal comitato civico “La Cura”, di cui l’associazione fa parte, che lo scorso 14 luglio ha depositato presso il Consiglio regionale della Calabria 10.793 firme valide a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per il rilancio e il potenziamento degli ospedali delle aree montane e interne: Acri, San Giovanni in Fiore, Serra San Bruno e Soveria Mannelli. Le sottoscrizioni raccolte complessivamente nei quattro territori coinvolti sono state quasi 13mila, un risultato che testimonia una mobilitazione popolare senza precedenti, costruita in meno di sei mesi dopo il deposito del testo di legge, avvenuto il 29 gennaio 2026. Come associazione radicata sul territorio acrese e da anni impegnata sui temi della sanità locale, la LACA ha aderito con convinzione al comitato “La Cura” fin dalle prime fasi, mettendo a disposizione volontari, spazi e rapporti con la cittadinanza per la raccolta delle firme nel comune di Acri e nel comprensorio. Un impegno che si inserisce in un percorso associativo di lungo corso, da sempre orientato alla difesa dei diritti dei cittadini in primis quello della salute delle comunità montane, troppo spesso penalizzate da anni di gestione commissariale della sanità calabrese. «Il risultato raggiunto ad Acri e negli altri tre territori dimostra che i cittadini delle aree interne non sono più disposti ad accettare passivamente lo smantellamento dei presidi sanitari locali», dichiara il direttivo della LACA. «Ringraziamo tutti coloro che hanno firmato, i volontari che hanno dedicato tempo ed energie alla raccolta, che hanno sostenuto l’iniziativa. Questa è la dimostrazione concreta che, quando i territori fanno rete, riescono a far sentire la propria voce. Da evidenziare purtroppo l’assenza dell’amministrazione locale acrese che ha ignorato completamente l’iniziativa popolare» aggiungono i componenti della LACA.
Cosa succede adesso? Con il deposito delle firme si chiude la fase della raccolta e si apre quella dell’iter istituzionale vero e proprio. Nei prossimi passaggi:
- gli uffici del Consiglio regionale dovranno procedere alla verifica formale della validità delle sottoscrizioni depositate;
- la proposta sarà quindi assegnata alla Commissione consiliare competente (presumibilmente la Terza Commissione, Sanità), che dovrà ascoltare in audizione i rappresentanti dei firmatari e del Consiglio delle autonomie locali, come previsto dallo Statuto regionale;
- per le leggi di iniziativa popolare lo Statuto della Regione Calabria fissa un vincolo temporale preciso: il progetto deve essere portato all’esame dell’Aula entro tre mesi dalla presentazione; scaduto il termine, va iscritto d’ufficio all’ordine del giorno della prima seduta utile, con precedenza su ogni altro argomento;
- seguirà quindi la discussione e il voto in Aula; in caso di approvazione, la legge dovrà essere promulgata dal Presidente della Giunta entro dieci giorni e pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione.
La LACA, insieme agli altri soggetti aderenti al comitato “La Cura”, annuncia che continuerà a vigilare su ogni fase del percorso istituzionale e si dice pronta, se necessario, a proseguire la mobilitazione civica affinché la proposta venga calendarizzata e discussa senza ulteriori ritardi. «Abbiamo fatto la nostra parte con serietà. Ora tocca alle istituzioni regionali dimostrare la stessa serietà nei confronti dei territori montani», conclude l’associazione.

E’ trascorso oltre un decennio da quando la Libera Associazione Cittadini Acresi ha intrapreso la lunga battaglia per la difesa e il rilancio dell’ospedale di Acri. Una battaglia portata avanti senza sosta coinvolgendo cittadini, associazioni, comitati e istituzioni locali, con la convinzione che il diritto alla salute debba essere garantito ovunque, senza distinzioni tra grandi città e aree interne. Oggi, insieme al Comitato “La Cura”, rinnoviamo questo impegno con una proposta concreta: costituire un’unica azienda sanitaria dedicata agli ospedali di montagna della Calabria. Una rete autonoma che comprenda i presidi di Acri, San Giovanni in Fiore, Soveria Mannelli e Serra San Bruno, territori che oggi rischiano l’isolamento sanitario e che contano complessivamente oltre 109.000 abitanti. L’obiettivo è chiaro: trasformare questi ospedali in presìdi spoke, con reparti di medicina generale, ortopedia, chirurgia, anestesia e terapia intensiva, ostetricia e ginecologia, cardiologia con UTIC, emodinamica, pronto soccorso attrezzato con osservazione breve intensiva e una direzione sanitaria autonoma. Una sanità di prossimità, accessibile, sicura e di qualità per chi vive nelle aree interne, come previsto dalla nostra Costituzione. Il progetto nasce anche dall’impegno di Alfredo Sirianni, Silvio Tunnera, Rocco La Rizza, Giovanni Iaquinta ed Emiliano Morrone, attivisti e cittadini che da anni si battono per la tutela della salute pubblica in Calabria. Fondamentale il contributo tecnico-giuridico del dott. Tullio Laino, promotore della proposta di legge, che rappresenta una reale possibilità di riscatto per i nostri ospedali troppo spesso trascurati da politiche sanitarie centraliste. Questo percorso parte anche da storie di vita e tragedie che non possiamo più ignorare, come la morte del giovane Serafino Conigi, deceduto a soli 48 anni per la mancanza di un adeguato trasporto sanitario. Situazioni come questa devono essere un monito per tutti: non possiamo più permettere che le aree montane vengano private del diritto all’assistenza. Ora tocca a tutti noi: abbiamo bisogno di almeno 5.000 firme per portare questa proposta all’attenzione del Consiglio Regionale della Calabria. Invitiamo i cittadini, le istituzioni, i rappresentanti politici e i media a sostenere e diffondere questa iniziativa. La sanità nelle nostre montagne può e deve essere salvata. Un ringraziamento speciale va alle tante persone e ai comitati che da anni lottano al nostro fianco, e un forte abbraccio alla comunità de “La Cura”, che con passione e coraggio ha dato vita a questa importante proposta.
Libera Associazione Cittadini Acresi
La Libera Associazione Cittadini Acresi – ha partecipato attivamente all’incontro pubblico tenutosi il 23 maggio scorso a San Giovanni in Fiore, promosso dal comitato civico “La Cura”, che riprende il il testimone del C.O.Mo.Cal (Comitato degli Ospedali Montani Calabresi), confermando il proprio impegno per il rilancio e la tutela degli ospedali delle aree interne della Calabria, in particolare quello di Acri. L’evento ha rappresentato un momento di confronto partecipato e costruttivo tra comitati civici, cittadini, associazioni, amministratori locali, sindacati e parlamentari. Il tema centrale è stato la necessità urgente di garantire il diritto costituzionale alla salute nei territori montani, dove gli ospedali – da Acri a San Giovanni in Fiore, da Soveria Mannelli a Serra San Bruno – vivono una crisi profonda causata da anni di depotenziamento, mancanza di personale e scelte gestionali penalizzanti. La LACA, rappresentata da Silvio Tunnera, ha sottolineato come la situazione di Acri sia emblematica: una struttura con potenzialità tecniche e geografiche non valorizzate a causa di scelte politiche miope, che rischiano di lasciare migliaia di cittadini privi di servizi essenziali. Tra le proposte condivise: l’attivazione di reparti strategici (Chirurgia generale con degenza, Ortopedia, Terapia Intensiva, Cardiologia ospedaliera); la valorizzazione del personale sanitario e il reclutamento stabile; l’attuazione concreta del modello di “ospedale montano” previsto dalle normative vigenti; l’istituzione di una Azienda Ospedaliera Unica per gli ospedali montani, sulla base di un progetto già in studio coordinato dal dott. Tullio Laino; il rafforzamento della rete territoriale e l’integrazione tra sanità ospedaliera e medicina di prossimità. Molto sentito l’intervento dell’avvocato Caterina Perri, vedova di Serafino Congi, deceduto in ambulanza lo scorso 4 gennaio, che ha denunciato l’assenza di trasparenza da parte dell’ASP di Cosenza e il mancato accesso agli atti dell’indagine interna. La deputata Vittoria Baldino (M5S) ha sottolineato la necessità di interrompere la spirale di commissariamento e tagli, chiedendo un nuovo approccio che metta al centro i territori più fragili. Il docente Giovanni Iaquinta ha proposto la fusione amministrativa tra San Giovanni in Fiore e altri comuni dell’altopiano silano per rafforzare la rappresentanza e i servizi, mentre il giornalista Emiliano Morrone ha evidenziato il peso di vincoli nazionali (Patto di Stabilità, Piano di rientro) sulle carenze sanitarie e ha rilanciato la proposta di un modello ospedaliero ispirato all’esperienza virtuosa dell’Ospedale di Sondalo. Ampio sostegno è stato espresso anche dal Comitato “Sila Salute Bene Comune” e da altre realtà civiche e sindacali. Tutti hanno condiviso l’urgenza di unire le forze in un fronte trasversale, civico e istituzionale, per ottenere risposte concrete. La LACA ribadisce che non si tratta di una battaglia campanilistica, ma di un diritto umano e costituzionale. La difesa della sanità pubblica nei territori interni è una questione di giustizia, sicurezza e dignità. Siamo pronti a collaborare con tutte le realtà impegnate per un futuro in cui ogni cittadino calabrese, indipendentemente dal luogo in cui vive, possa contare su cure adeguate, tempestive e accessibili. L’associazione continuerà a promuovere iniziative sul territorio acrese e a sostenere il coordinamento intercomunale e interassociativo avviato a San Giovanni in Fiore: è già allo studio, infatti, una proposta di legge regionale LACA ad hoc per tutelare gli ospedali montani e le aree interne della Calabria.
Dopo la pubblicazione del decreto 198 del 12 luglio scorso, abbiamo potuto constatare che tutti i nostri timori erano leciti. Abbiamo passato anni a cercare interlocutori in tutte le sedi istituzionali, ma purtroppo le nostre proposte sono rimaste inascoltate. L’ospedale di Acri viene notevolmente ridimensionato nelle sue potenzialità e peculiarità. Tra le altre, vengono ridotti significatamente i posti letto di 6 unità totali, vengono ridotte le attività di chirurgia, e post acuzie. L’ambulatorio di oncologia non esiste più. Eppure, da come viene fuori dal report sulle performance Agenas (2021) e degli accessi alle prestazioni, confermavano che, nonostante Acri fosse un ospedale già in forte carenza sofferenza, soprattutto di personale, aveva un indice molto elevato rispetto al bacino di utenze in cui opera. Durante la diretta della trasmissione dI LaC news anche i sindaci dei paesi limitrofi ad Acri lo hanno affermato: il presidio ospedaliero Beato Angelo è un punto di riferimento per il comprensorio, più di Cosenza e di Corigliano-Rossano. Ora chiediamo ancora una volta a tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione di unirsi insieme ai cittadini per formulare tutte quelle iniziative per fare si che il presidente Occhiuto riveda le sue posizioni sulla sanità pubblica, in particolare sulla posizione organizzativa del nostro ospedale dove merita sicuramente altro. Le zone di montagna/ disagiate non devono essere sempre mortificate e subire ridimensionamento dei servizi essenziali. La dove non ci si può curare dignitosamente inizia l’esodo (emigrazione sanitaria) di cittadini verso altre realtà meglio organizzate. Il nostro appello è rivolto a politici/ amministratori/ comitati/ associazioni, per stare dalla stessa parte e formulare un’ unica proposta per la difesa dei cittadini ad avere cure sanitarie.
Mentre il dibattito sulla Sanità a livello regionale è in pieno fermento, ad Acri Amministrazione e Direzione Sanitaria, fanno finta che vada tutto bene. Di Salute da noi non se ne deve parlare! Se non fosse per noi della Libera Associazione Cittadini Acresi, che ci battiamo da anni in favore del nostro nosocomio, sembrerebbe che le cose vadano bene, anzi benissimo! L’ospedale di Acri, ahi noi, è scomparso dall’agenda politica locale (non è che prima fosse in cima hai loro pensieri!), proprio nel momento in cui PNRR e investimenti regionali si stanno rivolgendo alle strutture chiuse o ridimensionate, ma anche ai piccoli ospedali ed a quelli di area disagiata. Ci siamo sempre opposti affinché il poliambulatorio di via Julia non venisse allocato presso i locali dell’ospedale, in quanto le due strutture offrono servizi sanitari di diversa natura. Ed in più, occupando gli spazi liberi dell’ospedale, saturandoli, ne è stato impedito di fatto il rilancio. Eravamo scettici sui tempi di conclusione dei lavori per l’adeguamento sismico della struttura del poliambulatorio, e purtroppo ancora una volta avevamo ragione noi in quanto gli stessi sono fermi dalla scorsa primavera, pare per errori progettuali. Dovevano passare 6-8 mesi ed invece sono passati oltre 2 anni, ma l’Amministrazione non ne vuole sapere di dare spiegazioni alla cittadinanza. Il Sindaco con delega alla Sanità tace volutamente sul fatto che di avere inguaiato definitivamente un ospedale che serve per curare i pazienti RICOVERATI ed OPERATI, i quali necessitano di assistenza h24. Il Sindaco nella conferenza dei servizi svoltasi lo scorso novembre, ha taciuto sulle decisioni prese in quella sede, ma molto probabilmente non c’era nulla dire in quanto lo stesso non ha ottenuto un bel niente per Acri. A questo punto ci chiediamo: qual’è la visione di questa amministrazione per il nostro ospedale? Che futuro attende il nostro nosocomio? Intanto riscontriamo una situazione più che critica per la struttura, al netto dell’emergenza Covid. Del reparto Chirurgia non vi è traccia, non si sa dove sia allocato e di come funziona. Le problematiche della donna ignorate. Dell’ambulatorio di ONCOLOGIA nessuna traccia, con tutti quei poveri pazienti che venivano serviti (anche dai comuni limitrofi) proprio nel nostro ospedale in modo eccellente, si devono arrangiare come meglio possono. La tanto decantata RMN, inaugurata in pompa magna, con stuoli di politici, è ferma da oltre un anno, mentre prima funzionava a singhiozzo. Del famoso primario di Medicina si sono perse le tracce. I 4 posti di dialisi non pervenuti. Le tre postazioni OBI (osservazione breve intensiva) di PS nemmeno l’ombra. Manca il personale sanitario – tecnico – amministrativo, più volte sollecitato dalla nostra associazione. Ma di questo non se ne deve parlare perché le cose vanno benissimo nel nostro (fù) ospedale. Noi, dal canto nostro continueremo l’azione di sensibilizzazione e di conoscenza sulle problematiche in materia di sanità pubblica, in un territorio montano e disagiato, in tutte le sedi istituzionali, affinché il nostro ospedale torni ad essere una struttura che risponda pienamente alla domanda di sanità dei cittadini, e non un semplice poliambulatorio come lo stà riducendo il nostro super assessore – sindaco di Acri.
Apprendiamo dagli organi di stampa che l’amministrazione Capalbo, dopo essere uscita finalmente dal letargo, ha deciso di presentare una proposta per il rilancio dell’ospedale “Beato Angelo” di Acri. Forse il nostro Sant’Angelo ha aperto qualche mente oppure, più precisamente, il nostro lavoro di questi anni come associazione, nata a difesa dell’ospedale cittadino, ha avuto finalmente un riconoscimento. La proposta presentata dall’Amministrazione prevede la richiesta di una struttura di ospedale generale per come previsto dalle norme attualmente vigenti, ed in seconda opzione si punta sull’ospedale generale riunito con san Giovanni in Fiore. Proposta che ricalca integralmente quella che abbiamo presentato 6 anni fa all’allora amministrazione Tenuta e nel 2017 alla neo insediata amministrazione Capalbo, ma anche a tutti gli organi sanitari provinciali e regionali. L’ex assessore Le Pera, vicino alle nostre posizioni, aveva chiesto di discutere la nostra proposta, cosa poi avvenuta nella 3a commissione comunale sanità a giugno dello scorso anno, ma poi probabilmente defenestrato forse proprio per questo. Da allora non c’è un assessore alla sanità, almeno ufficialmente. La nostra ipotesi di progetto, che alleghiamo, è stata sottoposta anche in questi giorni all’attenzione di politici regionali e nazionali. Essa prevede l’istituzione di una nuova tipologia di ospedale “Spoke di montagna”, insieme a San Giovanni in Fiore, sul modello di ospedale generale con autonomia gestionale ed organizzativa, con reparti annessi nei due presìdi. In questi anni l’ospedale acrese ha subito scelte illogiche, tra le quali: la chiusura di reparti come la psichiatria, l’ostetricia e ginecologia con annesso punto nascita, chiusura di alcune branche specialistiche, spostamento del laboratorio analisi al primo piano del vecchio padiglione, lo spostamento del poliambulatorio, la chiusura del reparto di Chirurgia (al posto del quale sono previsti solo prestazioni chirurgiche ambulatoriali), e dell’ambulatorio oncologico. Adesso, in piena pandemia, è stato realizzato un reparto Covid con 20 posti letto, al quale se ne doveva affiancare un altro di 16 posti letto, richiesto a fine marzo, con la conversione del reparto di Medicina, progetto poi bloccato. Tutto lo sforzo sembra ormai rivolto al Covid, che viene affrontato sguarnendo altri reparti e servizi ospedalieri per spostare il già ridotto personale presso il reparto che una volta era la Chirurgia, come se le altre patologie nel frattempo fossero scomparse. Il personale sanitario insufficiente, rimaneggiato, in conseguenza delle unità andate in quiescenza, e non sostituite, il quale è sottoposto a turni massacranti. A testimonianza del fatto che Acri è abbandonato al proprio destino è il caso del reparto di Medicina, unica struttura complessa presente nel nostro ospedale, per la quale non è stato ancora espletato il concorso per il primario, come previsto dagli atti aziendali. Questi sono i risultati prodotti da una classe politica inadeguata, commissari inetti, dirigenti sanitari provinciali e regionali incapaci, affaristi che si sono mangiati il sistema sanitario regionale sperperando soldi pubblici accreditando strutture private, molto spesso legate in qualche modo a politici regionali. La popolazione ormai allo stremo subisce, ancora la zona rossa, con servizi ospedalieri ridotti al minimo, servizi sanitari territoriali praticamente inesistenti, esempio lampante delle USCA mai decollate. Intanto l’altra faccia della pandemia è la crisi economica in atto i cui effetti nefasti si vedranno nel prossimo futuro. Vogliamo terminare dicendo che noi non siamo oppositori o in contrapposizione con nessuno, vogliamo solo che i cittadini acresi, nonché quelli delle zone limitrofe, trovino una offerta sanitaria degna per potersi curare nel proprio territorio. Per questo facciamo un ulteriore appello a tutte quelle forze politiche e associative per fare squadra comune, al fine di avere una sanità adeguata alle esigenze, e che sia di rilancio per i nostri territori disagiati come lo è il nostro, proponendo di adottare azioni congiunte e condivise, perché la salute è un bene comune.
Le restrizioni dovute alla pandemia che stiamo vivendo sulla nostra pelle, hanno evidenziato tutti i limiti e lo sfacelo del sistema sanitario calabrese, per via della mancanza di risorse (umane e materiali), della disorganizzazione e approssimazione in cui versa il SSR. Anche se la maggior parte degli sforzi sono rivolti alla gestione dell’emergenza da Covid-19, questo non ha cancellato le altre patologie, che sono pure aumentate com’è aumentata la domanda di servizi sanitari. Dobbiamo purtroppo constatare che l’atto aziendale, valevole per il triennio 2021-24, pubblicato lo scorso 8 aprile, non tiene conto del bacino di utenza che gravita su Acri, con il nosocomio cittadino inserito ancora nella rete ospedaliera come ospedale di montagna. Il Documento dell’ASP di Cosenza, declassa ancor di più le attività chirurgiche, infatti scompare definitivamente il reparto di chirurgia generale, per far posto alle sole attività di “day surgery” (ambulatoriali). Non si tengono in debito conto le problematiche sanitarie della donna e dei bambini, con la cancellazione dei servizi ginecologici e pediatrici, andando in controtendenza nel dibattito su scala nazionale, per la riprogrammazione dei punti nascita per quelle zone dichiarate disagiate. Riteniamo che le zone montane debbano essere tutelate per favorire la permanenza in questi luoghi delle persone, perché altrimenti l’emorragia migratoria non potrà mai arrestarsi. Se un cittadino non può curarsi dignitosamente nel proprio territorio, cerca altre strutture per farlo, soprattutto fuori regione, alimentando così il drenaggio di risorse dal SSR, a causa dell’emigrazione sanitaria passiva, con conseguente dissesto sociale ed economico che perdura nel tempo. Abbiamo una viabilità precaria, in conseguenza della quale esiste una difficoltà oggettiva di collegamenti verso i grossi centri di Corigliano-Rossano (Spoke) e Cosenza (Hub), che è possibile raggiungere in poco più di un’ora, in condizioni ottimali. Per queste e tanti altri motivi, abbiamo provveduto ad inviare alle varie autorità sanitarie, amministrative e politiche, una proposta di rilancio dell’ospedale, che prevede la creazione di una struttura che partendo dai piccoli ospedali di area disagiata, si prefigge di ridare dignità e nuova speranza a chi oggi deve emigrare per curarsi. Infine vogliamo dire che, in Calabria non c’è bisogno di generali o poliziotti, c’è bisogno di gente competente ai posti di comando, sganciata dalla politica. C’è bisogno di medici, infermieri, OSS, personale tecnico e amministrativo, che vada a coprire quel vuoto lasciato dalle migliaia di unità andate in pensione nell’ ultimo decennio. C’è bisogno di strutture e strumentazioni adeguate. C’è bisogno di ridare dignità ai calabresi!
L’Associazione LACA, è impegnata da anni nella difesa dei diritti dei cittadini, in particolar modo quello alla salute, accoglie con grande favore la notizia della nascita di un nuovo comitato di liberi cittadini a difesa anch’esso del nostro nosocomio. Questo nuovo gruppo di volenterosi che si stanno impegnando per una causa giusta e per il rilancio di una struttura sanitaria come il nostro ospedale ormai depotenziato da anni di politiche scellerate e dal piano di rientro ormai decennale. Nell’augurare buon lavoro a questo nuovo Sodalizio, al quale offriamo al contempo la più completa disponibilità a collaborare e per qualsiasi esigenza tematica/organizzativa, qualora questa nuova compagine lo desiderasse. Cogliamo l’occasione, per ribadire la nostra posizione, che stiamo portando avanti da circa 7 anni, affinché vi sia un riconoscimento giuridico/normativo che porti all’inserimento del P.O. “Beato Angelo d’Acri” nella rete regionale per acuti, definendo a livello ministeriale e regionale, una nuova tipologia di struttura autonoma, distaccata dagli Spoke e dall’Hub di riferimento. Fu grave l’errore, per il solo motivo di attuare un piano di rientro dal debito, aver chiuso o ridimensionato strutture periferiche di montagna. Per questo, dopo un intenso lavoro di squadra con altre associazioni presenti sul territorio provinciale, oltre sovra provinciale, e con esponenti politici dell’Emilia Romagna e Toscana, esperti di tematica sanitaria, abbiamo elaborato una nostra proposta che mira a riaprire e/o potenziare per come erano ospedali ormai “agonizzanti”, ipotizzando addirittura la riapertura dei punti nascita, con una rimodulazione del numero delle nascite da 500 a 300. In vista della prossima stesura dell’atto aziendale dell’ASP di Cosenza, ricordiamo alla cittadinanza, ed ai politici locali, ormai presi soltanto dalle loro beghe personali, sarà necessario inquadrare il nosocomio acrese come ospedale generale. Se ciò non sarà praticabile, che almeno sia creata una zona franca per questa tipologia di ospedali, come SPOKE DI MONTAGNA e quindi autonomi, per come già descritto nella nostra proposta e depositata in tutte le sedi istituzionali.
Abbiamo letto i comunicati stampa del Sindaco Capalbo, e dell’Uomo dai mille incarichi, circa gli accadimenti che coinvolgono il nostro nosocomio cittadino.
Siamo allibiti da cotanta arroganza, dalla “violenza” verbale che viene usata. Non si danno risposte nel merito delle questioni, ma ci si scaglia in maniera brutale contro chi giustamente chiede conto del loro operato.
Adesso, sempre che trovino il tempo di rispondere, vogliamo esporre pubblicamente le nostre richieste: Vogliamo sapere quali sono i progetti di rilancio che la direzione sanitaria sta attuando per il nostro ospedale?
Vogliamo sapere chi effettivamente svolge il ruolo di assessore alla sanità visto che questa delega è avocata al sindaco.
Vogliamo conoscere l’andamento delle prestazioni degli ultimi 3 anni, periodo sotto la guida del dottor Cozzolino. Vogliamo sapere quali sono le attività attualmente funzionanti a regime e quali sono state interrotte.
In una sanità sempre più malata, che non dà risposte ai cittadini, in cui ci sono aziende sanitarie che non hanno un bilancio consolidato: i dati reali devono essere di pubblico dominio. La Sanità calabrese, travolta da scandali e inchieste di ogni sorta, che pare stiano portando il commissario ad acta Guido Longo, nominato solo 3 mesi orsono, a meditare la dimissioni per via delle molteplici anomalie amministrative perpetrate ai vari livelli delle diverse Aziende Sanitarie calabresi, tra cui quella di Cosenza che da 2 anni non approva il proprio bilancio. Le cronache giudiziarie ci hanno consegnato un quadro squallido in cui la sanità viene utilizzata come bancomat pubblico e come bacino di voti da questo o quel personaggio, ed a cui soggetti di ogni risma fanno il bello e il cattivo tempo. Per questo è necessario che siano evidenti le singole competenze e che i risultati siano resi pubblici, inoltre, che le scelte siano condivise e non dettate solo dalla propria convenienza politica o personale.
Quello che ci consegnano le dichiarazioni pubbliche degli amministratori, è la conferma dello stato di disagio in cui versano i servizi ospedalieri e territoriali nella nostra città. Quello che non riportano sono invece i disagi dei cittadini che non possono più curarsi adeguatamente, perché, se è vero che occorre fronteggiare l’emergenza Covid, è ancor più vero che le altre patologie non sono scomparse. Ci sono ancora malati oncologici, chi deve operarsi, donne che devono effettuare interventi ginecologici, persone che devono effettuare la risonanza magnetica.
Invece di concentrarsi sul rilancio e sulla richiesta di potenziamento delle attività, ci si preoccupa di chiudere un reparto di chirurgia per inaugurare in pompa magna un reparto Covid. Infatti, ad oggi risulta che gli interventi chirurgici da sala operatoria, in day surgery o week surgery, dovevano riprendere il 7 gennaio scorso. La risonanza magnetica non eroga prestazioni perché manca il radiologo, l’unico che c’era è stato trasferito allo spoke Corigliano-Rossano, mancano ancora i 4 posti di dialisi che non si possono realizzare perché i locali sono occupati dai servizi SAUB.
Noi non siamo contro questa Amministrazione o contro chi sodalizza con essa per solidarietà partitica, ma siamo contro la cattiva amministrazione, la mancata collaborazione e l’attacco indiscriminato verso chi chiede solo il rispetto dei propri diritti, come quello alla salute.
Adoperatevi piuttosto a reperire personale sanitario, tecnico e amministrativo che manca ormai da anni.
Noi abbiamo una chiara idea di rilancio dell’ospedale con il ripristino del reparto di chirurgia che guarda verso il multidisciplinare chirurgico/ginecologico, con attività di sala operatoria da lunedì a sabato compreso.
Invitiamo il direttore sanitario dott.Cozzolino e l’assessore/sindaco a confrontarsi su questi temi.
Se le risposte non arriveranno l’unica via saranno le dimissioni per manifesta incompetenza.